Da dove nascono le vostre inchieste sulle frodi agroalimentari?
Il punto di partenza è quasi sempre una segnalazione: un consorzio, un funzionario di dogana, a volte un lettore che lavora in uno stabilimento di confezionamento. Non pubblichiamo nulla sulla base di una sola fonte. Incrociamo i documenti di spedizione con i registri di rietichettatura e, quando serve, chiediamo conferma alle autorità competenti prima di andare in stampa.
Come leggete i dati satellitari sulla siccità?
Usiamo le immagini del programma Copernicus e le confrontiamo con le serie storiche regionali degli ultimi decenni. Un singolo anno sotto la media non racconta granché: quello che conta è la tendenza. Quando pubblichiamo una mappa, indichiamo sempre la fonte, la data di rilevamento e il margine di errore dello strumento.
Perché non date numeri definitivi sui fondi europei appena assegnati?
Perché le cifre cambiano. Tra la delibera di Bruxelles e l'effettiva erogazione alle regioni passano mesi, e in mezzo ci sono riprogrammazioni, economie e recuperi. Preferiamo indicare le quote previste e i tempi di rendicontazione, segnalando quando un importo è ancora provvisorio. Chi cerca la cifra tonda e definitiva rischia di leggere un dato che non regge.
Correggete gli articoli dopo la pubblicazione?
Sì, e lo segnaliamo in fondo al pezzo. Se una fonte ci smentisce o emerge un documento che cambia il quadro, aggiorniamo il testo e annotiamo la modifica con la data. Non cancelliamo la versione precedente: la cronaca ambientale vive di verifiche, non di riscritture silenziose.
Chi firma i reportage sul territorio?
La redazione lavora con collaboratori locali che conoscono i consorzi di bonifica e le ordinanze regionali. Ogni pezzo porta la firma di chi lo ha scritto e, quando il lavoro è collettivo, lo indichiamo nella riga di testa. Non pubblichiamo contenuti anonimi, nemmeno quando la fonte chiede riservatezza.